Uno Zoom con il Libano

In collegamento Zoom con un gruppetto di persone strettamente coinvolte nel progetto Sostegno a Distanza in Libano, scopriamo come il progetto ha preso le prime mosse e quali ne sono gli sviluppi attuali. 

Nicole e Janine - volontarie del Movimento dei Focolari , Maricris - focolarina Ticinese in Libano e  Josiane - assistente sociale attiva  nel quartiere di Ain Biacout dal 1986, ci hanno raccontato la loro esperienza di aiuto ai più deboli.

La guerra del 1975

Nel ‘75 inizia la guerra in Libano. L’anno seguente, Janine è invitata a raccontare durante un incontro organizzato da Umanità Nuova al Centro Mariapoli di Rocca di Papa, come viene affrontata la vita durante la guerra. Alcune coppie presenti le propongono di adottare i bambini rimasti senza genitori; ma la famiglia in Libano è molto unita e questi bambini sicuramente sono accolti dai loro parenti, dalla famiglia più allargata.

Nasce così il “Sostegno a Distanza”. Questa iniziativa si è divulgata velocemente. È una catena di solidarietà, di apertura, di sostegno di famiglie verso altre famiglie. Tra chi sostiene e la famiglia nel bisogno si instaura spesso un rapporto di comunione. Non è solo l’aspetto economico che arriva, ma soprattutto la forza di una realtà morale, di una unità che fa sperimentare la bellezza della famiglia anche tra persone sconosciute.

Ain Baicout

Nel 1985 la guerra continua: c’è una nuova ondata di persone che fugge dai massacri e arriva nella periferia Nord di Beirut, nel quartiere di Baicout. Alla televisione si vedono immagini di molte persone costrette a lasciare la loro casa senza trovare accoglienza.  Vedendo queste immagini Janine si pone una domanda che sarà il leitmotiv di ogni azione: “e se fosse mio fratello?” Così prende l’auto e raggiunge questi sfollati per cercare di capire come è possibile aiutarli.

Rientrando a casa fa un appello chiedendo latte, coperte e quant’altro era loro necessario. Ma il giorno seguente, tornando allo stesso posto non c’è più nessuno…  Si informa e capisce che si erano spostati a nord di Beirut. Li raggiunge e consegna loro ciò che avevano raccolto.

 

Josiane ci racconta ancora che nel 1960 degli sciiti provenienti dal nord nel Libano arrivarono per lavorare nelle cave di Ain Baicout; erano 200 famiglie. Nel ‘75 la guerra esplode provocando orrori e divisioni confessionali. In quel momento si divide il territorio tra mussulmani e cristiani.

Nel 1985 ad Ain Biacout (regione a prevalenza cristiana) erano rimaste solo 40 famiglie sciite. Tutti erano scoraggiati e diffidenti.

Ci racconta: “In un primo tempo abbiamo soprattutto cercato di metterci all’ascolto. Insieme ai “Giovani per il Mondo Unito” abbiamo iniziato fare un po’ di animazione per i bambini, e questo ci ha dato l’occasione anche di far conoscenza con le famiglie e creare legami tra le famiglie del quartiere.

Si sono creati rapporti di fiducia, amicizia e di amore reciproco tra tutti. Cristiani e mussulmani erano tutti “nella stessa barca”, tutti uguali.

Si è fatto uno studio sociologico per capire quali erano le necessità e così si è sviluppato il lavoro sociale che attualmente si porta avanti, poggiato su tre puntelli: la scolarizzazione, con la creazione dell’asilo nido Petit Jardin presso la Maison Notre Dame; il lavoro femminile, che ha visto nascere il laboratorio di cucito ed artigianato ed il Centro Medico sociale.

Tutti quelli che ci lavorano sono persone del quartiere Ain, all’insegna dello slogan “un uomo nuovo per un quartiere nuovo”.

Nella Maison Notre Dame c’è un asilo nido per bambini di 3-4 anni, un sostegno scolastico per giovani studenti tenuto da universitari del quartiere, il club dei giovani aperto nei fine settimana e le colonie estive come pure un centro medico. Questo è stato inaugurato nell’ ’89 con medici volontari. Maison Notre Dame vuole essere “una casa per tutti”, che accoglie tutti i bisogni del quartiere.

 

Nel ‘92 viene aperto l’atelier di cucito e ricamo Ayadina (‘le nostre mani’),  dove si svolgono anche corsi di formazione. Attualmente vi lavorano 8 persone, ma da lavoro  a casa ad altre 40.

Oltre a rispondere ai bisogni immediati della gente – ad esempio computer per i ragazzi per la didattica a distanza -  e a tendere la mano senza fare distinzioni si cerca di fare il possibile per trovare soluzioni affinché le persone diventino almeno economicamente indipendenti. Se questa gente viene aiutata, può aiutare gli altri.

IRAP

L’istituto IRAP è una scuola di rieducazione audio-fonetica per bambini sordi e ragazzi che hanno difficoltà scolastiche. Quest’anno compie 61 anni. L’IRAP è nato con l’idea di vivere come in una famiglia, accogliendo persone malate e disabili. In un secondo momento la cura si è focalizzata soprattutto su bambini sordi specializzandosi in questo campo. Sono una grande famiglia aperta, attenta ai bisogni della gente attorno a loro, non solo ai bambini. 

In tempo di pandemia

L’attuale crisi  si rivela peggiore di quella vissuta durante la guerra.  Anche con il Covid si è riusciti comunque a non licenziare nessuno, nemmeno al Petit Jardin, malgrado l’asilo nido non abbia funzionato quest’anno. Infatti l’equipe impegnata della Maison Notre Dame, si è “convertita” in una cellula d’urgenza per portare aiuti concreti alle famiglie.

Purtroppo, il costo della vita è aumentato 10 volte tanto. Stanno in piedi grazie alla sempre puntuale provvidenza e al sostegno dall’estero, ma anche grazie ad aiuti straordinari che provengono da AFN e ONG.

Laboratorio continuo

Ci si sta organizzando per esportare oggetti fatti a mano ma, per poter sopravvivere, Josiane vede importante poter cambiare le macchine da cucire che erano di seconda mano già 30 anni fa. Sembra una pazzia in questo momento, ma è importante per far ripartire l’economia. Grazie alla generosità e velocità di alcune persone, è già arrivata dal Ticino una somma per un primo acquisto di macchinari più urgenti.

Grazie a tutti coloro che operano per il SAD e AFN, un sostegno di enorme valore.